I consigli della psicoterapeuta #10

I consigli della psicoterapeuta #10

21 Mar 2023

I consigli della Psicoterapeuta – Libro #10

a cura di Lucia Destino

Titolo: Poverine. Come non si racconta il femminicidio.

Autore: Carlotta Vagnoli

Genere: Saggistica – Comunicazione e società

Editore: Einaudi

Collana: Quanti

Anno di Pubblicazione: 2021

 

Partiamo da qualche dato: l’Istat riporta che nel 2021 ci sono stati 104 femminicidi.

Di queste donne 70 sono state uccise nell’ambito della coppia (partner o ex partner), 30 da un altro parente, 4 da conoscenti in ambito affettivo o relazionale.

Ma cosa sono i femminicidi?

Le Nazioni Unite definiscono i femminicidi come “omicidi di genere, che riguardano l’uccisione in quanto donne.”

Carlotta Vagnoli, autrice, attivista e content creator, ci dona una lucidissima analisi di come i femminicidi vengono narrati dai media italiani.

Ripercorrendo famosi casi di cronaca, la Vagnoli sottolinea il modo fuorviante in cui vengono raccontati i fatti: l’attenzione infatti è tutta focalizzata sull’omicida, spesso descritto come una persona perdutamente innamorata che, in preda ad un raptus di gelosia o a causa del “troppo amore” non riesce ad accettare il distacco della donna e l’uccide.

“Non esiste il «troppo amore» e qualcuno ce lo dovrà pur insegnare, prima che altre centinaia di donne muoiano per questa colossale bugia.

Non esistono incantesimi che fanno perdere la ragione, non c’è una mela stregata che renda le persone folli o tristi: ci sono uomini cresciuti nella cultura sessista fondata sul possesso e sulla prevaricazione.“

Il termine “femminicidio” non viene mai usato.

La donna viene chiamata spesso solo per nome, mentre l’uomo viene inserito nel suo contesto sociale e lavorativo.

La visione che ne viene fuori è una visione distorta e allarmante: la vittima non solo passa in secondo piano, ma viene spesso messa sotto accusa come per giustificare la violenza.

In una storia dai colori tenui tipici di una favola, con un uomo innamorato e pronto a tutto, è la donna a spezzare l’incantesimo – dimostrato sempre da foto della coppia in momenti felici – con decisioni evidentemente non condivise dal partner.

E allora basta non accettare una “lusinga” di troppo, reagire ad un episodio di violenza o la volontà di mettere fine al rapporto per “provocare” l’ira funesta.

Il rapporto causa-effetto è completamente rovesciato, a sfavore – ancora una volta – della vittima.

“L’amore favolistico viene infatti narrato come qualcosa a cui devi sottostare, contro il quale non ci sono fato avverso, impedimento, muro o ponte levatoio che possano tenere.

E questo topos è entrato prepotentemente nella nostra cultura, annullando ogni responsabilità sociale quando si affrontano quelli che dovrebbero essere chiamati – cosa che non accade mai – «delitti a sfondo culturale», e che invece hanno preso nel linguaggio comune e mediatico il terribile e impreciso nome di «delitti passionali».

Mischiando questo ideale romantico completamente tossico alla stereotipizzazione di genere (che vuole il sesso maschile come parte attiva che non deve chiedere mai), è stata legittimata qualsiasi mostruosità.

E, insieme, è stata legittimata presso il genere femminile una pericolosa romanticizzazione della violenza, rendendo sempre più difficile da parte delle donne riconoscere i comportamenti abusanti, pensando appunto che tutto sia lecito, che non esista un confine tra l’abuso e il non abuso.”

 

Il linguaggio crea il pensiero, le parole sono importanti e di conseguenza chi ci lavora ha delle responsabilità.

Una narrazione che colpevolizza la vittima non è solo diseducativa, è dissuasiva e mantiene le dinamiche di sottomissione psicologica, economica, culturale e sociale sottostanti le violenze di genere.

Parlare, per bene, di un fenomeno aiuta a portarlo alla luce e di conseguenza a riconoscerlo e a comprenderlo.

I media hanno il potere di poter cambiare la cultura del Paese partendo dalla proposta di una nuova visione che parta dalla storia della vittima e che porti a riconoscere le dinamiche tipiche della violenza e a spezzarle, utilizzando diverse reti d’aiuto.

È importante ribadirlo: un femminicidio non è una storia d’amore finita male, non è una tragedia romantica causata dalla gelosia o dal troppo amore.

Un femminicidio, come la violenza in generale, con l’amore non ha nulla a che fare.

“La chiamano emergenza, strillando dalle pagine dei giornali, quando fa comodo o pare a loro.

Ma la triste verità è che non c’è alcuna emergenza: le donne muoiono ammazzate da sempre nei femminicidi, in numero piuttosto costante.

Chissà, magari hanno capito che il termine “emergenza” riscuote successo e le vendite impennano.

Le emergenze avvengono quando meno te lo aspetti, giusto?

Un’emergenza accade quando non possiamo controllare qualcosa, e questo qualcosa si manifesta in un sistema che gli è naturalmente antagonista.

Ma qui, di antagonismo, non ne ho mai visto.

E allora ditemi: voi davvero non vi aspettate un altro femminicidio nei prossimi giorni?

Usiamo le parole come supporto a tutta questa rete, nascondiamo sotto al tappeto gli indizi e la polvere di un sistema che di emergenziale non vede mai niente, perché le premesse le crea proprio il Sistema stesso.

Il femminicidio è figlio naturale e maggiore di questo sistema, come può dunque esserne emergenza?

Al massimo lo chiamerei prevedibile fatalità. Proprio come quella delle favole: ti aspetti l’agguato, sai che accadrà, che sta arrivando.

E poi bam, eccolo qui.

Come da copione.

E allora noi possiamo fare soltanto una cosa per tagliarla, questa rete: prenderne atto e fare tutto il possibile per raccontarla nella maniera più giusta possibile, traslandola nel mondo reale, senza sotterfugi, con la giusta concentrazione.”

 

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