a cura di Lucia Destino
Titolo: L’animale morente
Autore: Philip Roth
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere: Narrativa
Editore: Einaudi
Anno di Pubblicazione: 2010*
*L’edizione che ho letto non è attualmente in vendita, i diritti di Roth sono stati acquisiti dalla Casa Editrice “Adelphi” e questo titolo non è stato ad oggi distribuito (NdP).
“Riesci a immaginare la vecchiaia?
Naturalmente no.
Io no.
Non ci riuscivo.
Non avevo idea di cosa fosse.
Non ne avevo neanche un’immagine falsata: non ne avevo alcuna immagine.
E non c’è nessuno che abbia voglia di fare previsioni.
Nessuno desidera affrontare queste cose prima che venga il momento.
Come andrà a finire tutto questo?
È di rigore l’ottusità.
Comprensibilmente, ogni fase della vita più avanzata della propria è inimmaginabile.
Uno, a volte, è arrivato già a metà della fase successiva prima di rendersi conto di esservi entrato.”
Ci sono romanzi che si leggono e si dimenticano, “L’animale morente” non è uno tra questi.
Letto oramai mesi fa, i personaggi, alcune frasi e alcune immagini di questo romanzo mi tornano tuttora spesso in mente spesso..
I protagonisti sono David Kepesh, anziano professore e critico letterario, e Consuela Castillo, giovane studentessa universitaria di origine cubana.
Non è il solito romanzo colmo di cliché sul vecchio professore e la studentessa: Philip Roth usa il sesso non come mero intrattenimento o provocazione, ma come un linguaggio di conoscenza e di affermazione dell’essere.
Per Kepesh il sesso non è mai stato una semplice questione di piacere o seduzione, ma un’esigenza fisiologica ed esistenziale, il modo primario con cui si esprime e rivendica la propria libertà individualista.
Tuttavia, l’incontro con Consuela cambia il suo punto di vista: la ragazza, il suo corpo, la sua gioventù diventano il luogo, l’unico, in cui il professore riesce ad ancorarsi e a sfuggire alla sua inevitabile decadenza, una sorta di ribellione.
“Alla vecchiaia pensa cosí: il fatto che sia in gioco la propria vita è una semplice realtà quotidiana.
Non possiamo fare a meno di sapere che cosa ci aspetta a breve scadenza. Il silenzio da cui saremo per sempre circondati. Per il resto, non è cambiato nulla. Per il resto, si è immortali per tutto il tempo che si è al mondo.”
Partendo da questo rapporto fisico che assume contorni morbosi e ossessivi nasce qualcosa che va oltre il desiderio: un legame forte e straordinariamente intimo.
Il rapporto tra i due si muove su un piano di continua tensione e di ribaltamento dei ruoli: all’inizio Kepesh appare come il mentore coltissimo che guida la giovane studentessa tra arte, poesia e musica classica, ma ben presto il potere passa interamente nelle mani di Consuela.
Nonostante le enormi differenze anagrafiche, culturali e concettuali, tra i due si stabilisce una connessione profonda: la ritrosia di lei, divisa tra l’educazione rigida della famiglia cubana e la vita americana, incontra la fragilità nascosta di un uomo che ha eretto barriere per tutta la vita e che ora si ritrova completamente scoperto.
Attraverso la lente dell’erotismo spinto e di una carnalità senza filtri, Roth parla di temi universali come l’ossessione, la paura e l’incapacità di gestire le relazioni.
Roth indaga quanto sia spaventoso aprirsi davvero a un’altra persona: Kepesh ha sempre evitato i legami profondi, fallendo come padre e come marito, ma con Consuela si ritrova incastrato in un’intimità viscerale da cui non può più fuggire.
La svolta conclusiva chiude il cerchio in modo drammatico con Consuela che da polo di luce, vita e attrazione diviene ombra: è l’antico topos di Eros e Thanatos, in cui la passione non salva dalla morte, ma è l’unico strumento per sentirci vivi, l’estremo tentativo di resistere alla fine.
“L’unica ossessione che vogliono tutti: l’amore.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
lo credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due.”
L’animale morente è un testo disubbidiente, crudo e a tratti fastidioso per la spietatezza con cui scandaglia le debolezze umane, ma è proprio in questa assenza di filtri che risiede la sua grandezza. Il protagonista, all’inizio antipatico e saccente, finisce per muovere una profonda compassione, rivelando la solitudine di un uomo di fronte all’ineluttabilità della fine.
È un libro fondamentale per chiunque cerchi una lettura capace di scuotere, che usa la carnalità per parlare di ciò che conta davvero: la paura di morire, il disperato bisogno di toccare la vita e le relazioni come strumenti di salvezza e redenzione.
“Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale.
Il sesso è anche la vendetta sulla morte.
Non dimenticartela, la morte.
Non dimenticarla mai.
Si, anche il sesso ha un potere limitato.
So benissimo quanto è limitato.
Ma dimmi, quale potere è più grande?”
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