a cura di Lucia Destino
Titolo: Natalina teneva le fila. Il ponte rosso e le storie che curano.
Autore: Giuseppe Femia
Genere: Narrativa
Editore: Albatros
Anno di Pubblicazione: 2024
“Si narra che alcuni vissuti non si dimentichino: ritornano, influenzano le nostre viscere e invadono i nostri pensieri.
Le emozioni del passato, quelle intense – quelle che ci hanno segnato spesso risuonano come memorie del corpo e della mente, riaffiorano ogni volta che qualcosa le richiama, le evoca.”
Leggere questo libro è come puntare un dito su una mappa e osservare, stupiti e stravolti, la moltitudine di sentieri che si snodano attorno a noi.
Costruito come un origami, questo romanzo è un insieme di più piani narrativi che si intersecano interrompendosi, arricchendosi, completandosi.
Ci sono le storie dei pazienti – i loro dolori, le loro richieste, i loro percorsi – e c’è il punto di vista inedito del terapeuta, che dall’altra parte della scrivania esplora – novello Ulisse – gli stati mentali e le vicende dei propri pazienti, tra secche e onde impossibili, avendo come Stella Polare se stesso, la propria preparazione, l’imprescindibile curiosità.
È questo ciò che fa un terapeuta: cerca un senso all’interno del caos e costruisce la capacità di vivere nel disordine senza fare resistenza.
“La giornata tipo di uno psicoterapeuta si caratterizza per alti e bassi di adrenalina, curiosità, rabbia espressa, coiti riferiti, perversioni frequenti.
Passa attraverso nevrosi di vario tipo, disturbi di ansia, stati depressivi a personalità borderline.
Si muove dalla sessualità a problemi di cuore drammatizzati, oscilla fra psicosi straordinarie e fastidi ordinari della vita quotidiana.
Varia fra entusiasmo e stanchezza, accoglie con gioia ed empatia e distanzia con metodo e allenamento.
E lo psicoterapeuta?
Una mente che si muove con attenzione e sensibilità fra stati emotivi, pensieri, credenze, relazioni, esperienze passate e investimenti futuri.
Una mente che muove e vive altre menti, altre vite.”
Oltre a tutte queste storie si fa strada, si impone prepotentemente, quella di Natalina che, a sua volta, ci condurrà alla vicenda personale dell’autore.
Giuseppe Femia, psicoterapeuta dal talento raro, si dimostra assai generoso nel condividere un pezzo della propria storia, in particolare un momento delicato come quello di un lutto importante e del suo personale percorso verso l’accettazione.
Raccontare queste storie era diventata un’esigenza per l’autore, ora disposto a venire a patti con le parti di sé meno illuminate dal caldo sole del sud.
Questo racconto scalpitava sottopelle, spingeva per essere narrato.
Nonostante la paura, nonostante il pudore.
E allora seguiamo questo filo rosso che ci tende Natalina, percorriamo con lei borghi antichi e ponti di pietra, attraversiamo una storia dopo l’altra e arriviamo fino all’altro capo, dove ci attende l’autore – Giuseppe – che immagino stanco per tutto questo suo peregrinare, per tutto ciò che ha esplorato, riconosciuto, ricucito, ma anche rifocillato dal senso infine ritrovato.
Dopotutto, dare un senso alle storie è tutto ciò che cerchiamo di fare ogni giorno.
È tutto ciò che noi psicoterapeuti sappiamo fare.
È tutto ciò che ci cura.
E che ci salva.
“Si narra che ci sono dei ricordi buoni che colmano vuoti. Si narra che i ricordi buoni ci facciano sentire al sicuro. Si narra che i luoghi di protezione ci servono durante la nostra esistenza
come rifugi ai quali tornare quando scossi e bisognosi.
Quanto vento e da quanto vento ci riparano i ricordi di quanto siamo stati amati, ci scaldano quando le bufere battono alle persiane, quando qualcosa ci scuote.
Si narra che le memorie degli affetti,
di quei luoghi che ci hanno scaldato, continuino a farlo durante il corso della vita.”
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