Provenzano Giuseppe nato nel 1918, si arruolò da Tenente nell’esercito nel 1941. Nel gennaio del 1944 fu catturato dai Tedeschi e deportato nel campo di concentramento di Wietzendorf, dove rimase, da prigioniero, fino all’aprile del ‘45. Durissime le memorie che lasciò circa quei terribili mesi: raccontava di fatti
barbari e inumani commessi dai tedeschi. La camicetta della moglie del comandante del campo rivestita di pelle umana, avvelenamenti con il gas in massa di centinaia di ebrei i cui cadaveri andavano a finire nei forni crematori e le ceneri usate come battistrada, molti ebrei gettati nei forni ancora vivi. “Siamo Liberi! – scrisse a lui, agli ufficiali, ai sottufficiali e ai soldati italiani il Tenente Colonnello Pietro Testa – Le sofferenze di diciannove mesi di un internato peggiore di mille prigionie, sono finite. Abbiamo resistito nel nome del Re e della nostra Patria”. Ma la delusione non tardò ad arrivare: il campo non fu veramente liberato e rimase ancora in mano ai tedeschi, e quando fu poi sgombrato, lui passò nelle mani dei soldati inglesi che lo trattennero ancora, da internato, fino al 1946. Fece ritorno a Brindisi nell’agosto del 1946, scriveva nelle sue memorie che “credeva di dover provare chissà quale emozione, ma non riuscì a sentire nulla che non fosse tristezza per quanto aveva visto e capito. Nonostante fosse uno strumento di morte e di tortura, il filo spinato per lui era stato un valido alleato nel combattere il freddo e la fame. I suoi nodi erano diventati pesetti utili come unità di misura per pesare il cibo da barattare con gli altri prigionieri. E ci si scambiava di tutto, in quei mesi, anche carne di topo arrostita e sigarette fatte con la pelle delle patate lesse e dell’erba presa da chissà dove. Ma non solo per pesare era stato utile il filo spinato: sciolti i suoi nodi, era diventato per Giuseppe un ottimo ferro da lana con cui scucire calzettoni e filare rudimentali guanti utili a coprire le mani gelate. Le ciotole di alluminio piene d’acqua poi erano perfette, se messe sotto i piedi delle brandine nel campo, per evitare che le cimici salissero sul letto durante la notte a disturbare il suo sonno e quello dei suoi compagni di prigionia.
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