I consigli della Psicoterapeuta – #84

I consigli della Psicoterapeuta – #84

31 Mar 2025

a cura di Lucia Destino
Titolo: Accabadora
Autrice: Michela Murgia
Genere: Narrativa
Editore: Einadi
Anno di Pubblicazione: 2009
Riconoscimenti: Supermondello, 2010
Premio Campiello, 2010

“Le colpe, come le persone, iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge.”
“Accabadora” è un romanzo estremamente suggestivo che narra la storia di Maria Listru, una bambina adottata da Bonaria Urrai – la sarta di Soreni, paesino immaginario della Sardegna degli anni cinquanta.
Nel tempo Maria noterà alcune abitudini di Bonaria, ma non riuscirà a trovarne un senso per molti anni, finché non sarà proprio il più caro amico della ragazza a unire i puntini e a svelarle che Tzia Bonaria altro non è se non l’accabadora del paese.
L’accabadora è una figura di cui si trova traccia fino alla metà del secolo scorso: è una donna che aveva il compito di donare una “morte pietosa” a chi la chiede e si trova in una situazione di estremo dolore e agonia.
Va detto che il tema della morte era vissuto come parte integrate della vita e così come si prevedeva una figura per accompagnare alla nascita (la levatrice, l’attuale ostetrica) così era prevista una figura che accompagnasse alla morte, tanto da essere definita come “ultima madre” per quanto il gesto fosse inteso come pregno di pietà e cura.
“Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.”
Michela Murgia riesce a narrarci di riti e tradizioni della sua terra non temendo di trattare temi importanti e complessi come l’eutanasia e l’adozione.
I fill’anima erano persone che per necessità venivano “ceduti” ad un’altra persona o una coppia per garantirgli una vita migliore.
Una sorta di adozione prima che esistessero le adozioni legali, gestite unicamente da accordi tra privati.
Nel tempo alla necessità si è accostata l’affinità: un figlio d’anima è una persona vicina ad un’altra, ci si prende cura l’uno dell’altro, come in ogni famiglia.
Il sangue d’altronde, lo sappiamo bene, non basta a definire una famiglia come tale.
“Non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada.”
Più volte Michela Murgia ha parlato – anche tramite la sua storia personale – dei figli d’anima, lei stessa lo era stata e lei stessa in età adulta aveva riconosciuto persone talmente vicine al suo cuore da essere figli.
Personalmente ho letto diversi lavori della Murgia, ma credo che questo sia il mio primo suo romanzo e, terminandolo, è stato inevitabile pensare a quanto acume custodiva, a quanto ci abbia donato e a quante cose avrebbe potuto ancora scrivere.
Quanto manchi, Michela.
Chissà cosa avresti pensato di questi giorni così strani che stiamo attraversando.
Consigliato per chi vuole immergersi in una storia densa e importante, scritta benissimo, che si legge tutta d’un fiato e che mette in luce aspetti antropologici scomparsi su cui riflettere.
“Riemergere da se stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi.”

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